Le piante sono queer
A scuola di botanica con Nina’s Drag Queens
Parole di Licia Vignotto | Gennaio 2026
Le piante sono queer. Sono colorate, a volte addirittura sgargianti, in alcuni momenti dell’anno diventano più appariscenti, seduttive. Sono ermafrodite, hanno un genere fluido, alcune di loro cambiano genere durante la loro vita o anche a seconda delle stagioni. Se volessimo usare una categoria umana, la stragrande maggioranza delle piante non è binaria. E la varietà delle opzioni è proprio la base dell’evoluzione e dello sviluppo della vita. Da questa curiosa premessa nasce la performance Botanica Queer, ideata e interpretata da Ulisse Romano, già co-fondatore di Nina’s Drag Queens. Interno Verde Mag ha voluto realizzare questa intervista per conoscere meglio lo spettacolo, le premesse su cui è stato costruito, l’obiettivo che si propone.
Dal 2022 ad oggi Botanica Queer è stato presentato in tanti luoghi e contesti diversi, dal Parco Sempione di Milano al villaggio ecologico di Granara, dalle periferie urbane ai piccoli borghi, dalle grandi città alle oasi protette. Come è nato?
L’idea è nata durante la pandemia. In quel periodo l’esigenza di tante persone, me compreso, era quella di riappropriarsi dello spazio pubblico, fare cultura fuori dai teatri, che peraltro erano interdetti. Desideravo poter dire la mia sul rapporto che lega l’essere umano alla natura, un tema che era emerso con forza durante la quarantena. Ho intrecciato diversi elementi del mio percorso biografico: sono laureato in scienze biologiche e poi mi sono dedicato al teatro. Il ragionamento da cui sono partito è che spesso sia il mondo queer che il mondo botanico vengono considerati delle marginalità, perché l’essere umano tende a leggere la realtà attraverso il proprio punto di vista, che sia individuale o di specie. Noi pensiamo che la realtà coincida con la nostra visione, ma la natura ci insegna a mettere in discussione questo assunto, questioni che diamo per assodate si possono reinterpretare.
Come conduci il pubblico in questa riflessione?
Facciamo una passeggiata e osserviamo il verde che abbiamo intorno. Il mio racconto si muove su un doppio binario, con una buona dose di ironia. Uso un tono narrativo leggero, ma scientificamente rigoroso. Trovo dei punti di contatto frivoli per far sperimentare alle persone un altro punto di vista. L’esercizio che invito il pubblico a fare è quello di uscire dal proprio sé, dalla propria abitudine, per passeggiare nel proprio quartiere o in luoghi sconosciuti, concentrandosi su qualcosa che di solito si guarda poco. Tutto ciò che non è umano, tutti gli altri organismi, animali o piante che siano, tendiamo a marginalizzarli. Non è così tanto diverso quello che succede alle persone queer, non di rado considerate con pregiudizio. Entrambe le dinamiche hanno lo stesso punto di partenza: l’incapacità di relativizzare, di mettersi nei panni dell’altro. Per me è importante essere consapevoli che il nostro è solo uno dei tanti punti di vista possibili.
L’obiettivo quindi è quello di diffondere un nuovo sguardo…
L’obiettivo è soprattutto quello di diffondere storie alternative, che ci raccontino altre possibilità. Se la narrazione del mondo e delle relazioni è univoca, immaginare un’alternativa diventa uno sforzo solitario, individuale. Io apprezzo ogni tentativo teso a inventare o mettere in luce delle alternative, a prescindere dalle forme e dai linguaggi delle diversi arti: ci aiuta a cambiare la nostra percezione della realtà e della possibilità che abbiamo di impattare sulla realtà, anche a livello sociale e politico. Le piante raccontano una storia alternativa, così come le drag queen o le esperienze queer, che sono diverse da quelle che vivono la maggior parte delle persone. Per esempio raccontano che per sopravvivere si può essere competitivi ma anche collaborativi. Certo, la competizione ha svolto un ruolo fondamentale nell’evoluzione, da qui l’idea che vince sempre il più forte, il darwinismo sociale. Ecco, questa idea non è totalmente vera, la natura ci dice anche qualcos’altro, ma l’interpretazione della natura spesso è figlia delle nostre sovrastrutture culturali e intellettuali.
Tra gli argomenti che affronti nello spettacolo, ce n’è uno più difficile, o che suscita reazioni più intense?
Sicuramente i sensi delle piante, argomento tuttora al centro di un grande dibattito. Ovviamente faccio tutte le premesse, spiego che ogni anno si pubblicano tesi e controtesi, e che quindi la vita sulla terra è più articolata e complessa di quello che percepiamo, e anche di quello che sappiamo. Racconto che le piante hanno una loro sensibilità e provo a passare in rassegna, utilizzando una “lente animale” i sensi che noi conosciamo e che loro potrebbero avere. Quando annuncio la vista c’è sempre una bella reazione. Eppure ci sono tanti studi che parlano di modelli vegetali. La Boquila trifoliata per esempio è mimetica: le sue foglie cambiano forma, dimensioni e orientamento per assomigliare alla pianta ospite su cui sale. Non ci resta che la vista per spiegare come fa.
Un altro argomento che crea sempre stupore riguarda come le piante agiscono su di noi. Noi pensiamo sempre di essere i padroni: scegliamo una pianta, magari una bella magnolia, che consideriamo ornamentale, e la importiamo, le facciamo fare il giro del mondo perché ci piace, e lei si diffonde. Ci percepiamo come soggetti, non pensiamo mai che la magnolia ha creato i suoi fiori per intercettare i nostri gusti e diffondersi nel mondo: è lei che ha agito.

Licia Vignotto
Redattrice | Responsabile del festival Interno Verde
Co-fondatrice dell’associazione Ilturco, che nel 2016 ha ideato e lanciato Interno Verde, e co-fondatrice dell’omonima cooperativa impresa sociale, creata nel 2021 per gestire al meglio l’evento. Responsabile del festival, descrive il suo lavoro “una via di mezzo tra l’investigatore privato e lo stalker”.


