A Palazzo Braschi, cinque secoli tra i giardini di Roma
In mostra i dipinti che ripercorrono la storia verde della capitale
Parole di Angela di Perna | Illustrazione di Anna di Perna | Febbraio 2026
Attraverso la città seduta su un autobus e guardo fuori dal finestrino. Palazzi alti, fitti, con le finestre in serie e la vernice scolorita, incorniciano uno stradone talmente pieno di auto da sembrare un parcheggio. Dopo una svolta, una distesa di alberi e prati che ricoprono collinette morbide dà l’impressione di essere improvvisamente in aperta campagna, come per un errore di percorso. Roma è una città sorprendentemente piena di natura. E la mostra ‘Ville e Giardini di Roma: una corona di delizie’, visitabile a Palazzo Braschi fino al 12 aprile, è un’occasione unica per conoscerla. Sfruttando i riferimenti offerti dall’esposizione, si può percorrere la città e assaporare in modo originale – da una prospettiva verde – cinque secoli di storia dal Rinascimento ad oggi.
Con l’avvento della cultura rinascimentale, papi, cardinali e aristocratici trasformarono gli orti e le vigne che erano già sparsi dentro e intorno all’abitato in ville raffinate. Le circondarono di giardini ordinati e geometrici, dove trionfavano l’equilibrio e l’armonia, in cui passeggiare e lasciarsi sorprendere da statue di ispirazione antica. «Nei giardini di Roma non è l’arte ad aver soggiogato la natura, ma la natura ad aver soggiogato l’arte»: così scriveva nel 1580 Michel de Montaigne, filosofo, scrittore e politico francese, nel Journal de voyage, diario del suo viaggio in Italia. Villa Medici, che ancora oggi sovrasta piazza di Spagna, nacque dalla visione di un cardinale, il futuro papa Giulio III, che trasformò una zona collinare occupata da semplici orti in una prestigiosa residenza suburbana. Il suo giardino all’italiana, con prospettive geometriche, viali ombreggiati e fontane, offre una vista incomparabile.

© I Giardini di Villa Medici – da Wikimedia
Per secoli le famiglie nobili cercarono lotti liberi per costruire le loro dimore, fino alla prima metà del Settecento, spingendosi verso l’esterno, fuori dalle mura, man mano che lo spazio si andava esaurendo. Riempirono i loro giardini, sempre più lussuosi, di fontane e giochi d’acqua. Volevano sorprendere chi li attraversava. Villa Borghese venne progettata proprio con l’idea di creare il parco più grande della città. Ci lavorarono architetti, giardinieri e artisti illustri, come Gianlorenzo Bernini. Si estende per ottanta ettari: si può continuare a camminare in linea retta per più di venti minuti al suo interno prima di vedere davanti a sé l’uscita. Oggi è un parco pubblico, anzi un parco fatto di tanti parchi: giardini geometrici o selvaggi, fontane e laghetti, piccoli fabbricati dove sedersi ad ammirare gli scorci più belli.

Georges Paul Leroux, Passeggiata al Pincio, 1910, olio su tela – inv. AM 2824 © Roma Capitale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali Galleria d’Arte Moderna (Roma)
Nell’Ottocento la fondazione del nuovo regno d’Italia scosse le fondamenta dell’Urbe. Una famiglia di potenti banchieri realizzò l’ultima bellissima villa di questo genere, Villa Torlonia. Fu un periodo di grande distruzione e grande creazione. La città doveva raccogliere la sua nuova identità di capitale e si ridisegnava velocemente. Bisognava fare spazio a una gran quantità di nuovi abitanti e agli edifici di rappresentanza. Vennero sacrificati tanti giardini. L’amministrazione divise in lotti il terreno su cui sorgeva Villa Ludovisi, sontuosa vicina di Villa Borghese, anch’essa dotata di un vasto ed elegante giardino. I grandi alberi vennero abbattuti. Al loro posto, palazzi e strade. La loro esistenza resta testimoniata nei dipinti realizzati nei secoli precedenti, in alcune foto e in un quadro che ritrae alcuni operai che riducono in pezzi enormi tronchi riversi a terra. L’amministrazione del regime fascista sacrificò i giardini alla sua visione di una città imperiale, ad esempio radendo al suolo il giardino di villa Rivaldi per far spazio ai Fori Imperiali. La guerra fece il resto.
Nonostante tutto, nello stesso periodo nacque l’idea che il verde dovesse appartenere a tutti, essere frequentato dal pubblico. Piccoli parchi a disposizione degli abitanti sorsero qua e là, come quello di fronte alla stazione Termini. Anche di questo purtroppo non rimane che un bel dipinto di Carlo Montani. Sostituto da un capolinea degli autobus, ha avuto una vita breve rispetto alle famose ville nobiliari. Alcune di queste vennero acquisite dallo Stato e poi aperte al pubblico, e sono quelle che rendono Roma una città tanto fatta di cemento e marmi quanto di terra, tronchi e foglie: Villa Borghese, Villa Pamphilj, Villa Celimontana… Visitando la mostra, che è un percorso di quasi duecento opere tra dipinti, disegni e manoscritti, si ha l’impressione di passeggiare tra le sue meraviglie, alla scoperta di luoghi magnifici. Attraverso lo sguardo degli artisti che hanno catturato la natura della capitale, ci si avvicina ai giardini esistenti e perduti, per poi attraversarli con più consapevolezza, come dopo aver ascoltato le confidenze di un amico di vecchia data che avevamo trascurato da un po’.

Carlo Montani, Colle Oppio – © Museo di Roma (Roma), inv. MR 1314

Angela Di Perna
Redattrice
Romana di prima generazione, ho studiato economia e scienze sociali e lavoro con i dati ma il mio sguardo è rivolto alle persone e alle loro interazioni. Amo i romanzi, il gelato, il jazz e tutte le forme d’arte che ci permettono di comunicare. Sono una tipica cittadina con tanti hobby e l’agenda serrata, ma torno all’intelligenza delle piante – che siano in vaso o in un bosco – ogni volta che posso.

Anna Di Perna
Illustratrice
Illustratrice, classe 1995. Diplomata in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, decide di intraprendere la strada dell’illustrazione, sua grande passione. Le sue illustrazioni sono incentrate sull’introspezione, sulla poeticità dell’ordinario e sulla delicatezza dei gesti.
