Erbe palustri e dove trovarle (in Romagna!)

La tradizione artigianale dell’intreccio rivive grazie all’Ecomuseo

Parole di Giorgia Sartoni | Immagini dell’Ecomuseo delle Erbe Palustri | Aprile 2026

Due capanne tradizionali romagnole con tetto in canna palustre circondate da rose e vegetazione nel giardino dell'Ecomuseo di Villanova di Bagnacavallo.

Immaginate di attraversare una delle tante “città di pianura” della Bassa Romagna. Improvvisamente scorgete, nel mezzo di un paesino, tra case di mattoni e strade di cemento, un tetto in canna di una vecchia capanna. Incuriositi, entrate dentro al cancello e scoprite che non è l’unica custodita in questo giardino. Insieme ad altre capanne dà vita ad un piccolo villaggio, un etnoparco.

Siamo a Villanova, un paese di circa 2500 abitanti nel comune di Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, che ospita dalla fine degli anni Ottanta uno dei primi ecomusei istituiti in Italia: l’Ecomuseo delle Erbe Palustri. Qui viene raccontata e mostrata la storia del luogo, ricostruendo la stretta relazione tra la conformazione del territorio e il modo di vivere degli uomini che si sono insediati in queste zone, a partire dal XIV secolo. Villanova di Bagnacavallo sorge sull’argine sinistro del fiume Lamone e, una volta, era un’area di valli e zone umide di acqua dolce, utilizzate come vie di comunicazione. Se ci si pensa ora, circondati solo da campi ben arati e coltivati, è difficile da immaginare. Questo ambiente era ideale per la crescita di alcune erbe, che sono diventate fondamentali per lo sviluppo e l’economia del territorio: la canna, la stiancia, il giunco lacustre, la carice e il giunco pungente.

re donne anziane sedute in un laboratorio tradizionale mentre intrecciano manualmente erbe palustri per creare sedie e cesti.

Iniziò così la lavorazione delle erbe palustri, per la costruzione di capanne e utensili di uso domestico. Mano a mano, la produzione si andò ampliando, dando vita ad una vera e propria scuola artigianale. Si spiega bene questo processo nel sito dell’ecomuseo: «Nei laboratori di Villanova si producevano le stuoie che ricoprivano i cumuli di sale di Cervia, le arelle per l’allevamento dei bachi da seta da portare al mercato di Lugo e le gabbie per il trasporto di animali da piuma dei rinomati allevamenti di Russi. Dai graticci per l’uva passita fino all’ombreggiante per l’asciugatura graduale dei laterizi in fornace, si può dire che gran parte dei manufatti preindustriali di questa Romagna ricorreva agli intrecciatori di Villanova».

Nel 1884 nacque la Cooperativa delle Erbe Palustri e all’Esposizione Universale di Parigi del 1900 vennero invitati a partecipare anche gli artigiani di Villanova: all’epoca i loro prodotti erano noti ed esportati fino in Germania, Austria e Francia. Tra il 1958 e il 1963 la loro produzione raggiunse il punto più alto, toccando la quota dei 70mila pezzi all’anno. Il crollo, però, fu assai rapido. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta si verificò un vero e proprio boom produttivo e culturale della plastica. Simbolo di modernità e democratizzazione, per i suoi bassi costi, si affermò come materiale onnipresente, con i suoi colori brillanti e la sua versatilità. Ce lo ricorda bene il semiologo francese Roland Barthes, che nel saggio Mitologie, pubblicato nel 1957, annunciava: «La gerarchia delle sostanze è abolita: una sola può sostituirle tutte: il mondo intero può essere plastificato».

Interno di un laboratorio artigianale tradizionale con attrezzi d'epoca, sedie impagliate in corso di lavorazione e mazzi di erbe palustri a terra.

In brevissimo tempo, i manufatti di erbe palustri diventarono sempre più rari e sconosciuti. Così, dalla volontà di non perdere questo bagaglio di capacità e valori, nacque nel 1985 l’Associazione Culturale Erbe Palustri, che scelse di attuare la propria missione attraverso la forma – ai tempi molto innovativa – dell’ecomuseo. Georges-Henri Rivière e Hugues de Varine, che sono stati tra i padri fondatori di questa istituzione divulgativa, alla nona conferenza del Consiglio Nazionale dei Musei la descrivevano come un «museo esploso, cioè senza muri, interdisciplinare, che mostra l’uomo nel tempo e nello spazio, nel suo ambiente naturale e culturale, invitando l’intera popolazione a partecipare al proprio sviluppo».

In questo senso, l’Ecomuseo delle Erbe Palustri non è solo un luogo in cui vengono custoditi ed esposti numerosi manufatti (circa 3mila tra ceste, scope, fiaschi, barche, scarpe, gilet, borse, costruzioni con i legni del territorio, giocattoli antichi). È uno spazio in evoluzione ed aperto, come dimostra la scelta di rendere il giardino che circonda l’edificio parte integrante della visita. È un luogo fatto da persone: quelle che vengono raccontate attraverso gli oggetti esposti, quelle che custodiscono e tramandano questa storia, e quelle che sono invitate a raccogliere le tradizioni, ad acquisirle, diventando portatori attivi di memoria. 

Una parete verde di un museo che espone decine di scope di diverse dimensioni realizzate in erba palustre, con attrezzi d'epoca e mazzi di fibre in primo piano.

La mission è chiara: «Ciò che vorremmo tramandare è in primo luogo l’amore per le nostre tradizioni, per il nostro territorio dalla conformazione così particolare, per i saperi che da secoli generazioni di donne e uomini forti e ingegnosi hanno sviluppato interagendo con il loro ambiente».

Uno dei primi progetti avviati è stato il Cantiere Aperto, che ha coinvolto i pochi artigiani che ancora possedevano il bagaglio delle tecniche d’intreccio. Essi hanno svolto un grande lavoro di ricerca, occupandosi non solo della ricostruzione dei manufatti tipici, ma di tutte le fasi che riguardano la produzione: dal recupero delle materie prime, che a causa della salinizzazione delle acque diventa sempre più difficile, alla loro conservazione e preparazione. 

Una volta che le conoscenze e le competenze sono state saldamente recuperate, il Cantiere Aperto si è impegnato nell’attività di trasmissione. Molte scolaresche sono accolte ogni anno per visite didattiche e laboratori. Periodicamente, vengono organizzati workshop per imparare l’arte dell’intreccio e dell’impaglio, sempre molto apprezzati e frequentati, e che accolgono persone da tutta Italia. Annualmente si svolge anche la Sagra delle Erbe Palustri, che riunisce laboratori, incontri, mostre e mercato di antiquariato. Le iniziative organizzate dall’associazione non si limitano alla memoria delle erbe palustri, ma vogliono anche promuovere la sensibilizzazione ambientale e la sostenibilità.

sedie-impagliate-tradizionali-romagna-ecomuseo

Dal 2013, con il trasferimento dell’ecomuseo nella nuova ed attuale sede, è stata  realizzata una zona conviviale con cucina. É stata chiamata la Locanda dell’Allegra Mutanda, perché al suo interno è allestita una mostra di braghe romagnole dall’Ottocento ai giorni nostri. Essa non solo affianca l’attività del museo, come punto ristoro utilizzato dalle scolaresche o dai gruppi di visitatori, ma organizza anche laboratori di cucina, di fermentazione, di pasticceria, pranzi e cene a tema in speciali occasioni, per promuovere e diffondere le ricette legate alle materie prime del luogo. 

Visitare l’Ecomuseo delle Erbe Palustri è compiere un vero e proprio salto nel passato. Accompagnata nella visita dalla responsabile Maria Rosa Bagnari, fondatrice dell’associazione, sono stata molto colpita dalle sue parole e dalle sue riflessioni critiche nei confronti della società contemporanea. Mi hanno fatto pensare a ciò che questo luogo può insegnare. La storia della tradizione artigianale villanovese è un importante esempio di consumo consapevole, che evidenzia le contraddizioni e i problemi dell’iper-produzione e dell’iper-consumo che invece contraddistinguono il presente. L’uso di materiali locali e naturali stride con la sinteticità del mondo moderno; il riutilizzo si scontra con l’eterna sostituzione degli oggetti. La missione di questo luogo non è solo la conservazione di una tradizione, bellissima e unica, ma il recupero di un legame con il territorio per costruire un futuro, che affondi le sue radici nel passato e in cui la sintonia tra uomo e natura si possa ricomporre.

Tutte le informazioni sull’Ecomuseo delle Erbe Palustri  si trovano al sito ufficiale: www.ecomuseoerbepalustri.it

Giorgia Sartoni

Redattrice – Tutti gli articoli

Contadina amatoriale, apprendista organizzatrice culturale, fervente paladina della bellezza e dell’armonia. Il suo cuore si divide tra cultura e coltura, alla ricerca della giusta strada per farle coesistere nella sua vita.

Crede fortemente nell’arte – dal teatro al cinema, dalla fotografia alla danza – e per lei è una missione parlarne e promuoverla per la crescita e lo sviluppo sostenibile della società. Nel 2022 ha co-fondato a Ravenna l’associazione CocciRotti per dare spazio alla creatività giovanile.