Christoffer Relander: il corpo come paesaggio vivente

Intervista al fotografo finlandese, che sovrappone foresta e identità

Parole di Debora Vitulano | Immagini di Christoffer Relander | Marzo 2026

Christoffer Relander: il corpo come paesaggio vivente Intervista al fotografo finlandese, che sovrappone foresta e identità Davanti alle fotografie di Christoffer Relander lo sguardo rallenta. Un volto si apre come una radura, un tronco attraversa una guancia, le foglie si depositano dove dovrebbero esserci capelli o pelle. Non è un fondale applicato a una figura, è una fusione. La natura non accompagna, non decora. Diventa struttura viva, architettura interna. Relander, fotografo finlandese cresciuto in campagna, lavora da anni su questo confine poroso tra corpo e ambiente. Interno Verde Mag lo ha incontrato all’Xposure Photography / Film Festival di Sharjah, dove esponeva una selezione delle sue opere. Nel suo stand, le stampe di grande formato costruivano una foresta silenziosa, fatta di silhouette attraversate da alberi, laghi e linee di luce. Radici ecologiche e memoria della natura «Sono cresciuto in campagna e la natura era il mio parco giochi», racconta. «E credo che lo sia ancora, mentre cerco schemi, simbolismi e cose del genere». L’infanzia diventa così un archivio visivo: primo lessico, primo modo di leggere il mondo. La campagna finlandese – con le sue betulle, i laghi e la luce bassa che filtra tra i tronchi nelle ore serali – non è solo un ricordo biografico ma una matrice estetica. Nei suoi lavori la verticalità dei tronchi dialoga con la linea del profilo umano, la trasparenza dell’acqua si sovrappone alla pelle. L’immagine non è costruita per sommare elementi, ma per farli coesistere nello stesso spazio percettivo. «L’uomo è solo un modo per osservare e ricordare alle persone le nostre radici, da dove veniamo». Il corpo diventa quindi strumento di memoria, non protagonista assoluto ma superficie attraversabile. La doppia esposizione – realizzata nel 95% dei casi direttamente in camera – rende questa interdipendenza tangibile. Non è un montaggio successivo, ma un incontro che avviene nel momento stesso dello scatto. La foresta entra nel volto mentre la luce colpisce il sensore. È un gesto simultaneo, quasi organico. Interdipendenza e vulnerabilità nell’epoca artificiale Relander evita qualsiasi forma di didascalia morale: «Non penso di voler far capire allo spettatore la mia visione. Voglio che ognuno si faccia la propria idea». Le sue immagini funzionano come un linguaggio aperto: «Diventa una lingua, composta però di parole, non di frasi». Non c’è una narrazione imposta, bensì un sistema di segni – alberi, acqua, profili umani – che restano sospesi. È lo sguardo di chi osserva a stabilire connessioni, a costruire un senso, a trovare una propria traiettoria dentro l’immagine. Questa apertura genera una quiete che non è evasione ma sospensione. Le opere non gridano l’urgenza ambientale, la rendono percepibile in modo sottile. La vulnerabilità dell’ambiente emerge nella permeabilità del corpo, che si lascia attraversare dagli elementi naturali. Non c’è difesa, non c’è barriera. In un presente segnato da città sempre più artificiali, questa permeabilità assume un valore culturale. L’urbanizzazione tende a separare, a compartimentare: dentro e fuori, naturale e costruito. Le silhouette riempite di boschi suggeriscono invece una continuità. Ciò che percepiamo come esterno – un albero, una radice, una linea d’orizzonte – è già inscritto nella nostra struttura biologica e simbolica. Dal bosco alla città: la natura come infrastruttura emotiva Il dialogo implicito con il verde urbano è uno degli aspetti più attuali della ricerca di Relander. Se la foresta è materia identitaria e non ornamento, allora anche negli spazi metropolitani smette di essere semplice decorazione e diventa un’infrastruttura ambientale ed emotiva. Ne deriva un invito a ripensare il ruolo degli alberi in città: non oggetti paesaggistici, ma presenze capaci di incidere sulla qualità dell’aria, sulla temperatura, sulla percezione di sé. Il verde diventa un sistema che sostiene, protegge, modella comportamenti e relazioni. Le composizioni si reggono su un equilibrio sottile, come un ecosistema in cui ogni elemento incide sull’altro. Basta una variazione minima perché l’insieme cambi forma. La doppia esposizione richiede precisione ma lascia spazio all’imprevisto: luce, movimento e allineamento devono trovare un punto di accordo perché corpo e foresta possano coesistere. Di fronte a quei volti attraversati da alberi si avverte che la natura non è un tema, ma una condizione. Una struttura che precede e supera l’individuo. In un’epoca in cui il verde rischia di ridursi a slogan o cifra estetica, questa ricerca restituisce complessità. Relander non chiede di salvare la natura, ma di riconoscerla come parte costitutiva di ciò che siamo. Ed è in questo riconoscimento, silenzioso ma radicale, che si apre uno spazio nuovo per pensare la sostenibilità: non come discorso separato, ma come consapevolezza incorporata, come foresta che continua a respirare dentro ogni profilo umano

Davanti alle fotografie di Christoffer Relander lo sguardo rallenta. Un volto si apre come una radura, un tronco attraversa una guancia, le foglie si depositano dove dovrebbero esserci capelli o pelle. Non è un fondale applicato a una figura, è una fusione. La natura non accompagna, non decora. Diventa struttura viva, architettura interna.

Relander, fotografo finlandese cresciuto in campagna, lavora da anni su questo confine poroso tra corpo e ambiente. Interno Verde Mag lo ha incontrato all’Xposure Photography / Film Festival di Sharjah, dove esponeva una selezione delle sue opere. Nel suo stand, le stampe di grande formato costruivano una foresta silenziosa, fatta di silhouette attraversate da alberi, laghi e linee di luce.

Doppia esposizione di schiena maschile sovrapposta a foglie gelate, Christoffer Relander

Radici ecologiche e memoria della natura

«Sono cresciuto in campagna e la natura era il mio parco giochi», racconta. «E credo che lo sia ancora, mentre cerco schemi, simbolismi e cose del genere». L’infanzia diventa così un archivio visivo: primo lessico, primo modo di leggere il mondo.

La campagna finlandese – con le sue betulle, i laghi e la luce bassa che filtra tra i tronchi nelle ore serali – non è solo un ricordo biografico ma una matrice estetica. Nei suoi lavori la verticalità dei tronchi dialoga con la linea del profilo umano, la trasparenza dell’acqua si sovrappone alla pelle. L’immagine non è costruita per sommare elementi, ma per farli coesistere nello stesso spazio percettivo.

«L’uomo è solo un modo per osservare e ricordare alle persone le nostre radici, da dove veniamo». Il corpo diventa quindi strumento di memoria, non protagonista assoluto ma superficie attraversabile.

La doppia esposizione – realizzata nel 95% dei casi direttamente in camera – rende questa interdipendenza tangibile. Non è un montaggio successivo, ma un incontro che avviene nel momento stesso dello scatto. La foresta entra nel volto mentre la luce colpisce il sensore. È un gesto simultaneo, quasi organico.

Doppia esposizione di mano con farfalla, bolle d'acqua e vegetazione, Christoffer Relander

Interdipendenza e vulnerabilità nell’epoca artificiale

Relander evita qualsiasi forma di didascalia morale: «Non penso di voler far capire allo spettatore la mia visione. Voglio che ognuno si faccia la propria idea».

Le sue immagini funzionano come un linguaggio aperto: «Diventa una lingua, composta però di parole, non di frasi». Non c’è una narrazione imposta, bensì un sistema di segni – alberi, acqua, profili umani – che restano sospesi. È lo sguardo di chi osserva a stabilire connessioni, a costruire un senso, a trovare una propria traiettoria dentro l’immagine.

Questa apertura genera una quiete che non è evasione ma sospensione. Le opere non gridano l’urgenza ambientale, la rendono percepibile in modo sottile. La vulnerabilità dell’ambiente emerge nella permeabilità del corpo, che si lascia attraversare dagli elementi naturali. Non c’è difesa, non c’è barriera.

In un presente segnato da città sempre più artificiali, questa permeabilità assume un valore culturale. L’urbanizzazione tende a separare, a compartimentare: dentro e fuori, naturale e costruito. Le silhouette riempite di boschi suggeriscono invece una continuità. Ciò che percepiamo come esterno – un albero, una radice, una linea d’orizzonte – è già inscritto nella nostra struttura biologica e simbolica.

Doppia esposizione di profilo femminile con farfalle, licheni e fiori bianchi, Christoffer Relander

Dal bosco alla città: la natura come infrastruttura emotiva

Il dialogo implicito con il verde urbano è uno degli aspetti più attuali della ricerca di Relander. Se la foresta è materia identitaria e non ornamento, allora anche negli spazi metropolitani smette di essere semplice decorazione e diventa un’infrastruttura ambientale ed emotiva.

Ne deriva un invito a ripensare il ruolo degli alberi in città: non oggetti paesaggistici, ma presenze capaci di incidere sulla qualità dell’aria, sulla temperatura, sulla percezione di sé. Il verde diventa un sistema che sostiene, protegge, modella comportamenti e relazioni.

Le composizioni si reggono su un equilibrio sottile, come un ecosistema in cui ogni elemento incide sull’altro. Basta una variazione minima perché l’insieme cambi forma. La doppia esposizione richiede precisione ma lascia spazio all’imprevisto: luce, movimento e allineamento devono trovare un punto di accordo perché corpo e foresta possano coesistere.

Di fronte a quei volti attraversati da alberi si avverte che la natura non è un tema, ma una condizione. Una struttura che precede e supera l’individuo. In un’epoca in cui il verde rischia di ridursi a slogan o cifra estetica, questa ricerca restituisce complessità. Relander non chiede di salvare la natura, ma di riconoscerla come parte costitutiva di ciò che siamo. Ed è in questo riconoscimento, silenzioso ma radicale, che si apre uno spazio nuovo per pensare la sostenibilità: non come discorso separato, ma come consapevolezza incorporata, come foresta che continua a respirare dentro ogni profilo umano.

Doppia esposizione di tre profili maschili sovrapposti a felci e vegetazione, Christoffer Relander

Debora Vitulano

Redattrice

Giornalista, scrittrice, traduttrice ed editor freelance, vive a Parma. Italo-russa, è appassionata di linguistica, letteratura, musica, arte e moda. Pratica yoga, le piace viaggiare e ama la natura e gli animali.