Paolo Zappaterra, contro i giardini all’italiana

Intervista al fotografo che ha scoperto i giardini segreti di Ferrara

Di Licia Vignotto | Diapositive di Paolo Zappaterra | Aprile 2026

Anche per questo scappai via da Ferrara, 

dall’immobilismo della provincia, 

per trovare rapporti più produttivi.

P.Z.

Cortile nascosto con vegetazione spontanea e fiori rosa, fotografia Paolo Zappaterra Ferrara

Ciao Paolo!

Lo incontro tutte le mattine, passando in via Mazzini per andare da qualche parte a fare qualcosa, mentre lui tutte le mattine è seduto ai tavolini della pasticceria Bida col sigaro in bocca. Da dietro gli occhiali scuri, legge attentamente il giornale. Se non è da Bida si trova poco prima o poco dopo, sempre in via Mazzini, sempre ai tavolini esterni di qualche bar, al massimo a venti metri di distanza. La sua apparizione è circoscritta e circostanziata. Una sorta di genius loci, che sai sempre dove trovare. Nonostante sembri completamente assorto, non gli sfugge niente di quello che succede per la via. So che mi vede da lontano mentre sto arrivando, so che appena sarò abbastanza vicina come per caso alzerà lo sguardo dal paginone di Repubblica e mi saluterà. Ciao Paolo! Buongiorno! Quando non sono troppo in ritardo mi fermo a prendere un caffè con lui o a fumare una sigaretta. Si chiacchiera.

Tavolo luminoso con diapositive ordinate del progetto fotografico Giardini Trasparenti, Paolo Zappaterra

Si commenta il clima, ovvio, assieme alle ultime notizie, una mostra, un libro. Si parla di film e finisco sempre per tirare fuori dalla borsa l’agenda e prendere appunti. Si parla anche di fotografia perché Paolo, che da qualche anno ha scelto di osservare la vita dal palcoscenico di via Mazzini, ha fotografato il mondo. In anni in cui girare e fotografare il mondo era tutt’altro che semplice, in anni in cui lo scatto serviva ad esplorare. Dall’Argentina a Cuba, passando per la Jugoslavia (quando ancora si chiamava così) e dal Madagascar. Ma i suoi primi lavori riguardano Ferrara, gli interni delle sue case e i suoi giardini. Si può dire che è stato un pioniere, considerato l’interesse condiviso oggi da così tante persone per la storia custodita nei luoghi cittadini, tra le vie dimenticate e gli androni bui, che in pochi hanno occasione di vedere.

Oggi con Paolo parliamo del progetto Giardini e cortili di Ferrara, raccolto nel 1988 in un libro pubblicato da Essegi, che oggi è diventato introvabile.

Palazzo ferrarese con giardino selvaggio primaverile, fotografia Paolo Zappaterra

Paolo, non si potrebbe pensare a una ristampa?

Sai quanta gente me lo chiede? Ma le cose vecchie sono vecchie, inutile tornarci su. Bisogna guardare avanti. Ogni tanto comunque una copia da Ibs Libraccio, nello scaffale dell’usato, si riesce ancora a rimediare.

Hai voglia di raccontarmi com’è nato quel progetto?

Facevo delle fotografie aeree in quel periodo e sorvolando Ferrara fui affascinato dalla composizione dei campi, ma anche dal verde che vidi all’interno della città. Era insospettabile. Così iniziai a cercarlo. Dall’alto comunque è tutta un’altra cosa, dal basso il Parco Massari diventava un po’Blow Up.

Glicine in fiore su cortile di palazzo ferrarese con persiane, fotografia Paolo Zappaterra

Come hai organizzato il lavoro? Conoscevi già i giardini che volevi fotografare, hai preso contatto prima con i loro proprietari?

Preferisco sempre andare a zonzo. Se a priori conosci già qualcosa godi di meno nell’incontrarla. A me piacere essere da solo e scoprire, entrare in un portone aperto e vedere quello che non avevo mai visto, che non avevo mai immaginato. Delle volte ho anche suonato ai citofoni.

E quali sono i tuoi giardini preferiti?

Non mi piacciono i giardini all’italiana, quelli con i percorsi e le siepi di bosso, sono roba da geometri. Mi piacciono i giardini selvaggi, misteriosi.

Orto urbano con alberi da frutto nel centro storico di Ferrara, fotografia Paolo Zappaterra

Cos’hai capito del carattere di Ferrara, sviluppando questo progetto?

La letteratura di Giorgio Bassani è una chiave imprescindibile per capire la città. In uno dei primi libri fotografici che ho pubblicato, quello dedicato agli interni dei palazzi ferraresi, non c’era mai nessuno. E ricordo che Vittorio Sgarbi, nella prefazione, scrisse che sembrava una città momentaneamente abbandonata dai suoi abitanti. Ecco, qui la gente è ferma, conservatrice, tutti i giorni si ripetono le stesse dinamiche. I semafori sono i più lunghi del mondo, perché tanto i ferraresi non hanno cose da fare, non sanno dove andare. Per questo si interessano tanto alla Spal e al palio. Ma per difendersi da questo un presupposto di piattume, fermo nella ripetizione monotona dei secoli, hanno elaborato un fantastico unico. Dall’Ariosto a Rambaldi: una produzione pazzesca, che comprende anche Antonioni, Vancini. A paragone Bologna è un paesino di provincia.

Loggiato e giardino formale del Museo Archeologico di Ferrara, fotografia Paolo Zappaterra

Cosa consiglieresti a un giovane interessato alla fotografia?

Le belle fotografie le può fare una fotocopiatrice, non una persona. Il fotografo deve esprimere qualcosa di inedito, di non detto. E poi deve assorbire, non in modo didascalico o accademico, deve assorbire dalle relazioni, perché il risultato di ciò che fa dipende dalla qualità dei rapporti che costruisce con gli altri. Un percorso esistenziale vale dieci lauree, per questo sono grato a tutti gli amici e agli artisti che ho incontrato. E deve essere coinvolto dalla bellezza, deve provocare il ventaglio della bellezza, che è enorme, è l’arco della vita. Altrimenti diventa una formichina, un animale in più a portare avanti il branco, solo per guadagnare. L’imperativo è la curiosità: oggi deve essere diverso da ieri. Se oggi non si riesce a realizzare qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso, c’è da preoccuparsi.

Se mi metti vicino a Burri non mi dispiacerebbe, culturalmente era enorme.
A Ferrara ci tenevo e ci tengo.

Licia Vignotto

Redattrice | Responsabile del festival Interno Verde

Co-fondatrice dell’associazione Ilturco, che nel 2016 ha ideato e lanciato Interno Verde, e co-fondatrice dell’omonima cooperativa impresa sociale, creata nel 2021 per gestire al meglio l’evento. Responsabile del festival, descrive il suo lavoro “una via di mezzo tra l’investigatore privato e lo stalker”.