Villa Francescatti, il giardino dimenticato di Verona
Tra grotte nascoste e secoli di storia, sarà aperto per Interno Verde
Parole di Sara Buglione | Illustrazione di Anna Di Perna | Maggio 2026
Non basterebbe un libro per raccontare tutto quello che questo posto ha da dire, eppure quasi nessuno lo conosce. Il giardino di Villa Francescatti, aggrappato al versante orientale del colle di San Pietro, a due passi dal Teatro Romano di Verona, custodisce cinque secoli di storia, strati su strati, come le terrazze che ne disegnano il profilo sulla collina.
Sabato 23 e domenica 24 maggio sarà eccezionalmente aperto al pubblico di Interno Verde – Giardini Aperti a Verona. Scrivendo prima dell’evento, per immaginarlo ho dovuto combinare le fotografie scattate nella primavera 2025, sempre in occasione del festival, e il racconto della paesaggista Paola Muscari, socia fondatrice dello Studio MB. Lei ha dedicato a questo luogo una ricerca approfondita, e non riesce a parlarne senza accendersi. Lo descrive come qualcosa di straordinario, ma lasciato nell’ombra.
La villa prende il nome dalla famiglia che la acquistò nel 1901, ma l’origine del complesso ha radici che affondano molto più lontano. A metà del Cinquecento essa apparteneva al nobile Gentile della Torre e il giardino era già allora talmente celebre da suscitare l’ammirazione di Ulisse Aldrovandi, il grande naturalista bolognese. Col passare dei secoli cambiavano anche i proprietari: si susseguirono gli Algarotti, gli Odoli, i Zenobio, i Palazzoli, e ciascuno lasciava una traccia del passaggio. Nel 1709, una mappa commissionata da Antonio Odoli al perito Domenico Piccoli documentava un giardino ancora diviso in riquadri geometrici all’italiana. Solo nel 1838 Giacinto Palazzoli, sensibile alla moda romantica, lo trasformava: via i parterre, via la suddivisione a terrazze, dentro le alture, le depressioni e un laghetto, che venne successivamente interrato. Il giardino che esiste ancora oggi, con i suoi vialetti, i boschetti di palme che si riseminano ovunque, le magnolie e i bagolari che tentano di competere in altezza con la caserma austriaca di Castel San Pietro, è in gran parte ancora il suo.
Ciò che rende questo posto davvero assurdo, nel significato migliore del termine, è la quantità di storia che si sovrappone su pochi metri di collina. Le terrazze su cui poggia il giardino non sono un capriccio architettonico: risalgono al I secolo a.C., quando il colle fu modificato per fare da cornice al Teatro Romano che sorge ai suoi piedi. Sotto la portineria si vedono ancora le fondamenta di una torre medievale che controllava l’incrocio di due strade. E poi ci sono le grotte: la principale scavata nella collina, con incrostazioni e resti di mosaici, che poco ha da invidiare alla celebre grotta del Giardino Giusti. Le altre, più piccole e nascoste, si aprono in cunicoli stretti e tortuosi che un tempo arrivavano fino alla sommità del rilievo.

Foto dall’Archivio di Interno Verde
In questo labirinto di anfratti si nasconde anche un episodio bizzarro, che Paola Muscari ha scovato in un saggio accademico sulla Verona medievale. Nel 1964, il professore Carlo Guido Mor, storico del diritto di fama nazionale, si convinse di aver trovato, in un vicolo cieco adiacente al giardino chiamato Borgo Tascherio, la tomba del re longobardo Alboino. L’ambiente ipogeo circolare, la calotta emisferica, le mensole di pietra, e poi il ritrovamento di ossa di cavallo: tutto sembrava tornare, compreso il passo di Paolo Diacono che descriveva la sepoltura del re «sotto una scala del palazzo teodoriciano». Era così convinto che volle comunicare la scoperta all’Accademia di Modena, prima ancora di scavare per bene. Risultato: era una ghiacciaia. Funzionale, settecentesca, perfettamente conservata… ma pur sempre una ghiacciaia. La storia insegna a non confondere il desiderio con la realtà. E forse anche a non farsi trascinare troppo dall’atmosfera di certi posti.
Negli anni della guerra, l’ultima proprietaria Francescatti donò villa e giardino alle suore della Sacra Famiglia, con un vincolo preciso: farne un luogo al servizio dei giovani. Inizialmente le religiose la affittarono a famiglie private e c’è ancora a Verona chi ricorda, per esserci capitato da piccolo, il grande salone affrescato del piano nobile che risuonava di musica. Un anziano signore suonava il pianoforte bianco a coda, i nipoti giocavano in giardino arrampicandosi su uno scranno di pietra medievale che tutti chiamavano il “trono di Pipino”. Negli anni Ottanta arrivò il grande restauro: la villa diventò uno degli ostelli della gioventù più belli d’Europa, e in trent’anni passarono da queste stanze più di cinquecentomila persone. Concerti, conferenze, lezioni tenute da università straniere. Un posto vivo, pieno di voci.

Foto dall’Archivio di Interno Verde
Il 2017 è l’anno in cui si concluse questa meravigliosa esperienza. La Caritas utilizzò la struttura per qualche tempo come rifugio per richiedenti asilo ma poi anche quella vicenda finì. La piralide cominciò a distruggere le siepi di bosso, alcuni alberi si seccarono e il giardino tornò lentamente selvatico. Oggi la villa è di proprietà della curia diocesana e il cancello è chiuso… ma se ne tenta il recupero.
Io non ci sono entrata, per ora. Non posso raccontarvi il profumo delle grotte, come suonano i passi sul selciato o quanto verde si vede da lassù, dal belvedere. Ma forse è proprio questo il punto: un giardino che non riesci a visitare perché è chiuso, di cui puoi solo inseguire le tracce nei libri e nelle parole di chi lo ha visto, dice qualcosa di importante su come trattiamo e come ci approcciamo alla bellezza. Per un giardino trasformarsi in selva è davvero facile. Quello che è difficile è decidere che vale la pena salvarlo.
Nell’ottobre 2025 la Diocesi e Cariverona hanno organizzato un workshop collaborativo, al quale hanno partecipato sia l’ateneo cittadino che diverse realtà attive nel terzo settore, per stimolare un primo confronto di idee, e immaginare insieme il futuro di Giardino Francescatti. Paola Muscari, che è socia volontaria di “Giardini Aperti Verona”, incrocia le dita.

Sara Buglione
Redattrice
Pugliese trapiantata in Emilia-Romagna, laureata in Arti Visive all’Università di Bologna, non perde occasione per prendere aerei e treni appena può.
Affascinata dalla cultura giapponese, spera un giorno di poter visitare le isole nipponiche; nel frattempo passa le ore a guardare anime. La trovi sempre in giro, magari su un longboard skate o in un mercatino vintage.

Anna Di Perna
Illustratrice
Illustratrice, classe 1995. Diplomata in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, decide di intraprendere la strada dell’illustrazione, sua grande passione. Le sue illustrazioni sono incentrate sull’introspezione, sulla poeticità dell’ordinario e sulla delicatezza dei gesti.
