Il Prato ritrovato di Treviso

La vecchia fiera torna verde, un “fagiolo” alla volta

Parole di Licia Vignotto | Immagini di Associazione Prato in Fiera | Maggio 2026

Struttura a cavi con bandiera al tramonto.

Ci si può affezionare ad un semplice prato? Di solito quando i cittadini si battono per il verde urbano lo fanno per preservare parchi o alberi secolari. Ma se il prato in questione vanta secoli di storia ed è diventato parte integrante dell’identità e della vita della comunità… anche quello che a prima vista può apparire come un semplice spiazzo chiazzato d’erba, o un grande parcheggio sterrato, diventa un tesoro da salvaguardare.

Questo è quello che è successo al Prato della Fiera di Treviso, al centro di un importante progetto di rigenerazione. Racconta a Interno Verde Mag questo lungo processo, avviato più di dieci anni fa, l’architetto Martina D’Avanzo, tra i soci fondatori dell’associazione Prato in Fiera: «il suo utilizzo è documentato già in epoca medievale, nell’Ottocento, in pratica è antico quanto la città».

Persone che seminano insieme all’aperto.

La superficie, che copre circa 22mila metri quadri, si trova a due passi dalla Restera, la passeggiata che costeggia il Sile. Una volta il fiume era la principale arteria di trasporto e comunicazione: veniva percorso dai barconi che andavano a Venezia, e che appena fuori dall’abitato trovavano un ansa naturale, che veniva utilizzata per scaricare le merci. In corrispondenza dell’ansa si apriva e si apre tuttora il prato. 

«Nel medioevo – prosegue D’Avanzo – era normale per tante città avere luoghi del genere, spazi comuni che si possono paragonare ai commons inglesi, e quasi sempre poi sono stati urbanizzati. Un esempio su tutti? Il celebre Museo del Prado a Madrid, che si chiama così proprio perché sorge dove prima c’era una distesa erbosa»

Persone sedute a tavoli all’aperto al tramonto.

In questo grande campo aperto a Treviso si svolgeva una volta all’anno la fiera, un momento importante per il commercio e la socialità: si scambiavano le merci e si conoscevano le persone. Il resto dell’anno qui si faceva il fieno, si portavano gli animali a pascolare. «In tempi più recenti l’area venne affidata alla curia e dopo ancora, agli inizi del Novecento, venne data in gestione a una famiglia che già possedeva i terreni limitrofi, e che qui costruì la propria villa. Il Comune volle poi tornare in possesso del bene e ormai da una trentina d’anni lo spazio viene utilizzato come parcheggio, gratuito e informale, senza asfalto, senza tracce per posizionare i veicoli. Doveva essere un uso provvisorio ma non è andata proprio così. Negli anni Ottanta sono arrivati i primi artefatti, ovvero i cordoli per delimitare le zone delle giostre. All’epoca il resto dell’area era ancora verde, ma poi è stata sterilizzata, per renderla più usabile, si è eliminato lo strato superficiale di terra. Anche la toponomastica è stata cambiata: da Prato della Fiera è diventato Piazzale Prato Fiera».

Famiglie e bambini su teli colorati all’aperto.

L’associazione per la sua valorizzazione è nata nel 2017 e già l’anno successivo ha realizzato, in collaborazione con la Fondazione Benetton, un workshop per ragionare sul suo utilizzo e sulle possibilità del suo recupero. Col tempo ha raggiunto un primo traguardo importante: ottenere il permesso per l’utilizzo temporanea di un’area a forma di fagiolo, di circa 2mila metri quadri, dove da maggio a settembre si svolgono tantissime attività culturali: cineforum, laboratori, processi partecipati e il piccolo circolo. Il programma coinvolge numerose associazioni locali, oltre che migliaia di residenti. Il calendario comincia in primavera con un flash mob della semina e la grande festa per le famiglie che inaugura la stagione, con la banda e le scuole. Si conclude a settembre, quando si installa la fiera di San Luca, con il luna park. 

Girasoli davanti a una struttura a cavi.

Fino all’anno scorso, quando le giostre se ne andavano via, l’intera superficie tornava un parcheggio, ma nel marzo 2025 l’associazione – che ad oggi conta circa 150 soci – è riuscita a raggiungere un secondo fondamentale traguardo: ha firmato con il Comune una convenzione che gli affida la gestione triennale del “fagiolo”. L’obiettivo iniziale è ripristinare il verde e continuare a proporre attività a carattere culturale e sociale, momenti di aggregazione e iniziative per la sostenibilità. Nel lungo periodo la speranza  è quella di poter estendere e ampliare il processo di rigenerazione.

Se sei curioso di conoscere questo luogo, così antico e particolare, qui puoi scoprire il ricco programma dell’estate 2026: pratoinfiera.it

Disegno di un tendone con persone attorno.

Licia Vignotto

Redattrice | Responsabile del festival Interno Verde

Co-fondatrice dell’associazione Ilturco, che nel 2016 ha ideato e lanciato Interno Verde, e co-fondatrice dell’omonima cooperativa impresa sociale, creata nel 2021 per gestire al meglio l’evento. Responsabile del festival, descrive il suo lavoro “una via di mezzo tra l’investigatore privato e lo stalker”.